Kikko è per me uno dei miei migliori amici e mi piace pensare che anche io, per lui, fossi uno dei suoi migliori amici. Ci siamo conosciuti al liceo, mi ricordo ancora quando l’ho incontrato uno dei primi giorni di scuola (ormai quasi 18 anni fa). Era molto timido e chiuso, ma ben presto tutti noi scoprimmo invece quanto fosse estroverso, sempre con il sorriso, pronto a ridere, scherzare ma anche a parlare di argomenti seri.
Al liceo, nei primi anni, eravamo una compagnia di 4-5 persone che, dopo l’uscita da scuola (liceo Telesio), si facevano 30-40 minuti a piedi sempre tutti insieme. Credo che questi momenti ci abbiano unito tantissimo. Dal secondo anno io e Kikko siamo diventati compagni di banco, e lo siamo rimasti fino alla fine. Quell’anno eravamo riusciti a prenderci l’ultimo banco, il più lontano dalla cattedra dei professori. Ma già al terzo giorno il prof N. ci disse che non si fidava di noi, che c’erano troppe file di banchi, e ci mise in prima fila. Da lì in poi abbiamo avuto una sfortuna incredibile: sempre in prima fila. E credo che anche questo ci abbia unito ancora di più. Sono stati anni bellissimi, in cui ridevamo in continuazione. Mi ricordo i disegni stupidissimi su cui ridevamo per ore, fino alle lacrime.
Kikko non è mai stato un grande studioso se l’argomento non lo interessava. Mi ricordo ancora tutte le volte in cui si impanicava perché il suo compito era ancora in bianco e si arrabbiava con me perché non lo aiutavo. Il problema era che in quel modo non riuscivo a concentrarmi neanche io, e finivo per non riuscire a fare il compito. Alla fine, però, trovavamo sempre una soluzione e riuscivamo a consegnare. Lui mi diceva che ero il suo salvatore, che a scuola sopravviveva grazie a me. Non era affatto vero: quando un argomento lo interessava davvero diventava una macchina da guerra, si informava e approfondiva ogni dettaglio.
Dal secondo anno, alcuni di noi iniziarono ad avere i primi motorini e quindi quelle famose passeggiate a piedi capitavano sempre meno. Kikko però non aveva un motorino, perché innanzitutto aveva paura e poi i genitori non volevano (neanche che salisse come passeggero). Con la sua grande sfrontatezza — era un fifone incredibile — veniva con noi coprendosi persino con il cappuccio (oltre al casco) per cercare di non essere riconosciuto dai suoi o dagli amici dei genitori. Stessa cosa quando fumava le prime sigarette: era sempre all’erta e aveva una paura matta di farsi scoprire. Mi ricordo la volta in cui un professore lo vide fumare, passò giornate intere nel terrore che lo dicesse ai suoi.
Al terzo anno del liceo classico cambiarono tutti i professori e mai potrò dimenticare quello che successe negli anni a venire con la professoressa G. Era la nostra prof di italiano, una prof con la P maiuscola: bravissima e super competente. Il primo giorno, durante la prima ora di lezione, Kikko fece un disegno veramente scemo, senza alcun senso (se non erro era Harry Potter con la cicatrice disegnata in modo strano). In quell’istante ci mettemmo a ridere così tanto che la prof se ne accorse. Mai dimenticherò quando, dandoci del “lei” (chiamandoci “signorini Rossi e Occhiuto”), ci invitò gentilmente a uscire dall’aula per riprenderci. Fu la nostra salvezza, perché una volta fuori ci mettemmo a ridere così tanto da star male.
Ma il meglio arrivava con le interrogazioni. La prof interrogava 5-6 alunni alla volta e li faceva sedere intorno alla sua scrivania. Non so perché, ma ogni volta che toccava a me, interrogava anche Kikko e altri 3-4 amici stretti. Quelle interrogazioni erano incredibili. Non potevamo alzare lo sguardo perché, se solo uno di noi incrociava gli occhi dell’altro, scoppiavamo a ridere senza freni. Quante volte ricordo la prof che ci sgridava perché ridevamo come degli scemi. Mai mi toglierò dalla mente l’immagine di Kikko che prende gli appunti, se li mette davanti al viso come una barriera, e ride a crepapelle (in silenzio, con la bocca spalancata).
Col passare degli anni diventammo sempre più uniti, a scuola e fuori. Quanti pomeriggi ho passato a casa sua a giocare a ping pong o a FIFA. Kikko mi prendeva in giro perché durante il ginnasio indossavo una canottiera e sembravo, a suo dire, uno di quei pizzaioli di Little Italy nei film. Negli anni successivi abbiamo vissuto innumerevoli esperienze insieme: gite scolastiche, il viaggio post-liceo, i primi litigi e le prime rappacificazioni che ci hanno solo avvicinati di più. Eravamo due giocherelloni, diversi ma anche tanto simili. Passavamo le giornate a scherzare, ridere, ma anche a parlare di problemi, preoccupazioni e paranoie. La cosa che più ci accomunava era la ricerca continua dello scherzo. Kikko era sempre un po’ fifone, aveva paura di finire nei casini, ma aveva idee incredibili. Era come se lui fosse la mente e io il braccio, ne combinavamo di ogni tipo.
Ogni volta che avevamo educazione fisica, tornavamo in classe qualche minuto dopo, prendevamo uno zaino qualsiasi e lo riempivamo con tutto quello che trovavamo nei banchi. Quanti insulti ci siamo presi! Una volta, per il pesce d’aprile, facemmo arrivare un fioraio con dei fiori per un nostro amico Luca. Un’altra volta, sempre a Luca, creammo un’e-mail falsa che lo informava che la sua iscrizione ai test di medicina non era andata a buon fine. Quanti scherzi abbiamo fatto, proprio ai nostri amici più cari: Luca, Cesare, Ludovico, Francesco e Pierpaolo. E quante mazzate ci siamo presi!
Quante serate abbiamo passato a ridere e a scherzare. Ci siamo divertiti da morire. Potrei raccontare all’infinito tutto quello che abbiamo fatto insieme e quante risate ci siamo fatti. Forse è proprio questo che mi mancherà di più, non poter creare nuove esperienze da ricordare quando saremo più grandi.
Solo pochi possono immaginare quanto Kikko mi abbia aiutato. Io sono sempre stato timido e introverso, e non potete avere idea di quanto la sua energia e la sua estroversione mi abbiano cambiato. Ricordo bene un discorso fatto nei primi anni di liceo, in cui entrambi ci siamo detti quanto l’altro ci stesse aiutando. Lui aiutava me ad aprirmi verso le persone, io aiutavo lui ad avere meno paranoie e a farsi meno problemi. Il periodo del liceo, per Kikko, credo siano stati gli anni migliori. Lo vedevi sempre felice e spensierato. Certo, aveva anche i suoi momenti no, come chiunque, ma penso che la parte più difficile sia arrivata durante l’università.
Con Kikko sono stato, infatti, anche coinquilino nei primi anni di università. A maggio-giugno salimmo a Milano — io, Kikko, Ludovico (l’altro nostro coinquilino e amico fraterno) e mia madre — per cercare casa. Il nostro motto era che saremmo stati una famiglia, non dei semplici coinquilini. Vedemmo una decina di appartamenti e alla fine scegliemmo la famosa casa di Via del Don. Il primo anno andò benissimo: eravamo affiatatissimi. Ludo cucinava, io lavavo e stiravo, Kikko faceva le pulizie (soprattutto della cucina). Io e Kikko amavamo la pasta, mentre Ludo no. Quanto ci odiava per questo!
Anche lì vivemmo migliaia di esperienze. Una che ricordo in particolare è la storia delle ladre: Kikko, affacciato al balcone a fumare una sigaretta, vide due ragazzine di 13-14 anni con un seghetto che provavano a tagliare una catena di una bici. Convinto fossero ladre, si mise a urlare “al ladro! al ladro!” e minacciò di chiamare la polizia. Io e Ludo cercavamo di calmarlo, convinti che quelle ragazze avessero semplicemente perso la chiave della catena.
Durante l’università però Kikko ebbe qualche problema. Per un periodo smise di andare a lezione, tanto che i suoi colleghi andarono a prenderlo a casa per portarlo in facoltà e in giro. Questo dimostra quanto fosse facile voler bene a Kikko: riusciva a farsi amare da tutti. Probabilmente non era soddisfatto della scelta di giurisprudenza, e l’idea di aver deluso i genitori o di non sapere cosa fare nella vita lo buttò giù. Questa tensione la somatizzò a tal punto da avere problemi fisici, e scese a Cosenza per un mese circa.
In quegli anni arrivò persino a litigare con me. Voleva che condividessimo la stessa stanza, ma avevamo due “termostati” diversissimi. Lui aveva sempre freddo, io sempre caldo, e finimmo per litigare per la finestra della camera, se lasciarla aperta o chiusa di notte. Riuscimmo però ben presto a fare pace e a trovare un giusto compromesso.
Andando avanti, Kikko prese finalmente coraggio e lasciò giurisprudenza per iscriversi a psicologia. Mi ricordo tutte le discussioni con lui e con Ludovico. Eravamo convinti che fosse la facoltà giusta per lui, e che gli sarebbe piaciuta tantissimo. Da quel momento tornò a Cosenza, e inevitabilmente ci vedemmo molto meno. Ma era incredibile, ogni volta che tornavo giù per le vacanze, era come se non fosse cambiato nulla.
La cosa assurda è che durante l’anno non ci sentivamo neanche così spesso, perché nessuno dei due era il tipo da messaggi continui. Eppure, quando ci rivedevamo, era come se il tempo non fosse passato. Abbiamo condiviso di tutto: nuove relazioni, delusioni amorose, amori non corrisposti, nuove amicizie e amicizie finite.
In tutti questi anni Kikko è stato per me una persona importantissima. Una persona bellissima, che ha sempre avuto alti e bassi a livello emotivo, ma che non ha mai smesso di essere l’amico più fedele che si possa desiderare. Era un credulone incredibile, ma non perché fosse stupido. Si fidava ciecamente delle persone, e purtroppo a volte anche di quelle sbagliate. Era anche molto timoroso. Quando doveva uscire dalla sua comfort zone era titubante, ma poi, una volta tranquillizzato, andava tutto bene.
Aveva una predisposizione incredibile a far aprire le persone con lui, anche con confidenze pesanti. Forse perché trasmetteva serenità e leggerezza, e dava la sensazione che qualsiasi cosa gli dicessi l’avrebbe accolta senza giudicare, magari dandoti un consiglio sensato o semplicemente ascoltandoti.
Da sempre Kikko faceva pensieri filosofici. Si interrogava sul senso della vita e sui grandi misteri. Passava ore a rifletterci, e poi veniva da noi a raccontarci le sue teorie e i suoi punti di vista. Era tanto pensieroso, e forse questo a volte lo frenava, lo rallentava nel prendere decisioni rapide. Su ogni cosa rifletteva e rifletteva, finché non era completamente convinto.
Non smetterò mai di ringraziarlo per quanto mi abbia cambiato in positivo. Se oggi molti mi definiscono estroverso è solo perché cercavo di imitarlo, visto che vedevo quanto fosse una persona speciale e amata da tutti, mentre io, timido e introverso, facevo fatica.
Ancora oggi ripenso tante volte alla tragedia. Non riesco a capacitarmi. È vero, non stava vivendo un periodo d’oro, ma sembrava che il peggio fosse passato. Solo pochi mesi prima mi aveva invitato a casa sua per farmi vedere il suo nuovo studio, che sarebbe diventato anche la sua casa e il luogo dove avrebbe esercitato la professione negli anni a venire. Non lo vedevo così entusiasta da tempo.
Non riesco a capacitarmene. A volte provo a fare un “gioco mentale”: immagino tutte le esperienze che avremmo vissuto insieme. Probabilmente gli avrei chiesto di essere mio testimone di nozze. Forse un giorno sarei stato “zio Lorenzo” per i suoi figli e lui “zio Kikko” per i miei. Penso alle festività che avremmo passato insieme, ai viaggi che avremmo organizzato, alle risate che avremmo condiviso.