Testimonianze

Francesco, io e gli altri familiari vi ringraziamo per le tantissime manifestazioni di affetto, vicinanza e conforto. Non ho avuto la forza di rispondere prima e ai tanti messaggi, perché il dolore è troppo grande. Gli ultimi due anni li abbiamo trascorsi sempre insieme. Viaggiava e abitava con me a Roma per seguire il suo contratto di ricerca con l’Università, e nel resto della settimana aveva iniziato a esercitare la sua professione di psicologo e a frequentare il corso di psicoterapia. Tutto con la sua semplicità, essenzialità, dolcezza e bontà d’animo. Leggeva molto, amava riflettere, interrogarsi sul senso vero della vita. Non potete immaginare quanto fosse speciale. Aveva un solo sogno, un solo progetto: aiutare chi stava male. Perché lui lo sapeva bene cosa significava. Combatteva in silenzio una battaglia interiore, contro quei pensieri distorsivi che lo assalivano. E in questo era bravissimo: riusciva a non far trapelare nulla all’esterno. Con me, però, ogni tanto si lasciava andare un po’ di più. Si confidava, e insieme abbiamo provato a trovare un modo per alleggerire quel peso. Con l’aiuto di qualche specialista abbiamo cercato di migliorare le cose, e per un po’ sembrava quasi che ci fossimo riusciti. Siamo andati insieme in macchina a Lourdes, a trovare la Madonnina, nella speranza che ci desse un aiuto, una risposta, un po’ di pace. Pensavo di poterlo proteggere, pensavo che ce l’avremmo fatta. E invece no. Spero con tutto il cuore che questo dolore abbia un senso e che, ad accoglierlo, ci sia un Paradiso. Perché se c’è qualcuno che lo merita, è lui. A noi resta un vuoto incolmabile. E a me, anche la certezza che gli ultimi due anni accanto a lui sono stati i più belli, i più intensi, i più veri della mia vita. Ogni suo abbraccio mi riempiva il cuore di una gioia infinita. Ora tutto mi sembra sospeso, senza direzione. Mi sento svuotato, come se la vita avesse perso il suo senso. Se non fosse per chi ancora ha bisogno di me, non so come potrei andare avanti. Ma questo poco importa e so che devo farlo. Grazie ancora di cuore a tutti per averci fatto sentire meno soli in questo dolore che non avrà mai fine.

Domani sarà la festa dei papà. Una giornata speciale per tanti, un po’ più difficile per altri. Per me, è entrambe le cose. Sono padre di tre figli meravigliosi. Due posso stringerli tra le braccia, uno lo abbraccio ogni giorno con il pensiero e con l’anima. Tre, sempre. Perché l’amore non ha confini. Va oltre il tempo, oltre ciò che gli occhi possono vedere. Essere padre è la cosa più bella che esista. Ma può essere anche la più difficile. A volte è gioia, altre è paura, fatica, dolore. È voler proteggere, esserci sempre, anche quando la vita prende strade che non avresti mai voluto. E poi c’è il dolore, quello che ti cambia per sempre. Che scava dentro e lascia un vuoto che niente può colmare. Ma che ti fa capire quanto sia profondo questo legame. Un legame che non si spezza, perché non è fatto solo di sangue, ma di amore. E l’amore resta. Sempre. Ci sono giorni in cui i ricordi fanno sorridere, altri in cui fanno male. Ma i più preziosi sono quelli in cui mio figlio si mostrava fragile, quando – senza bisogno di parole – mi lasciava entrare nel suo mondo. Attimi rari, che porto dentro di me come un dono. In una foto siamo felici, insieme. In un’altra, indosso una maglietta che è il regalo più bello che abbia mai ricevuto: un pensiero dolce dai miei figli. Domani non festeggerò. Non ci riuscirò. Voglio solo dire grazie. Grazie ai miei figli, perché sicuramente mi hanno reso un uomo migliore. Perché mi danno la forza di andare avanti, ogni giorno. Ho scelto di andare nei luoghi di San Francesco di Paola e di San Francesco d’Assisi. Prima a Paola, per onorare il nome che porta mio figlio. Poi ad Assisi, per raccogliermi in preghiera e sentirmi più vicino a lui. E per trovare la forza di essere, sempre, il padre che i miei figli meritano. Oggi qualcuno mi ha scritto che pregherà perché il mio angelo mi sorregga. Voglio crederlo. Voglio pensare che sia così. Che continui a camminare accanto a me, in un altro modo. E auguri a tutti i papà. A quelli che possono stringere i loro figli tra le braccia. E a quelli che li tengono stretti nel cuore.

29 marzo. Il tuo giorno, Chicco. Oggi è il tuo compleanno, Francesco. Trenta anni. E noi siamo qui, con te. Anche se non possiamo più vederti, tu sei sempre con noi, con il tuo sorriso dolce. Nel pensiero, nei piccoli gesti quotidiani, nei silenzi che parlano di te. Il tempo, l’assenza fisica, non hanno spezzato il nostro legame. Lo hanno cambiato, ma non interrotto. A volte accadono piccole cose, e ci viene da pensare che non sia solo un caso. Che forse sia un modo per dirci: “ci sono ancora”. L’altro ieri, all’improvviso, si è accesa la TV nella tua stanza. È rimasta accesa finché non l’abbiamo spenta noi, poco dopo. Un fatto inspiegabile, che ci ha fatto pensare alla tua presenza. Come se fossi lì, come se tu volessi richiamare la nostra attenzione. Poi, ieri, sono venuti a trovarci i tuoi amici più stretti, quelli con cui avevi organizzato il viaggio per festeggiare il tuo compleanno. Ci hanno raccontato episodi, aneddoti, ricordi pieni di affetto e di sorrisi. Ci hanno detto che hanno vissuto con te momenti così belli da bastare per tutta una vita. Ci ha fatto bene sentire quanto fosse vera e profonda quell’amicizia. E in quel momento, ascoltandoli, ci è sembrato che anche tu fossi lì, in silenzio, presente tra noi. Ti immagino oggi con lo zaino in spalla, pronto per il viaggio che avevi organizzato per il tuo compleanno con gli amici di sempre, con chi ti voleva bene davvero. Con poche cose essenziali, come piaceva a te. Con la voglia di partire, ma anche con quella tua inquietudine sottile, che portavi dentro ogni volta che dovevi affrontare qualcosa di nuovo. Anche tua sorella ha voluto festeggiarti: ha preparato per oggi proprio la torta che amavi di più, quella Pan di Stelle che ti faceva felice ogni anno. Un gesto semplice, ma pieno di amore. E anche in quello, c’eri tu. Per noi, e per gli amici di sempre, sei e resterai Chicco. Quello più riservato, attento, gentile, curioso, profondo. Quello che amava leggere, riflettere, ascoltare. Che amava teorizzare su ogni cosa. Murakami era il tuo scrittore preferito. Forse perché, come nei suoi romanzi, anche nella tua mente realtà e immaginazione si intrecciavano. L’ultimo libro che mi hai regalato è ancora qui accanto a me. Lo sto rileggendo ora, per sentirmelo più vicino. Mi mancano i tuoi consigli. L’ultimo che mi hai dato è stato: “Non giudicare mai superficialmente papà, perché non puoi sapere cosa c’è dietro una persona.” Credevi nell’unicità di ognuno, nel valore dell’ascolto, nel cercare di aiutare chi lotta in silenzio. Provavi a tenere testa ai tuoi pensieri intrusivi con coraggio, con la psicoterapia, con la lettura, con la forza del ragionamento. Dicevi che siamo tutti diversi, e che non si può pensare con lo stampino. Pochi giorni fa, ad Assisi, davanti al sepolcro di Carlo Acutis, ho letto una frase che sembrava scritta da te: “Tutti nascono originali, molti muoiono fotocopie.” Amo tutti i miei figli allo stesso modo, con un amore profondo, senza condizioni. Ma con te è stato diverso. È come se ti avessi generato una seconda volta, il giorno in cui hai avuto bisogno di me. Da allora sei stato il mio primo pensiero ogni mattina, ogni sera, ogni istante. E ora che non posso più stringerti, sento un vuoto che pesa sullo stomaco, una ferita che non si chiude. Mi manca terribilmente la sensazione di stringerti forte a me, quando ti addormentavi accanto a me sul letto, dopo aver guardato qualcosa insieme, o in quei momenti in cui ti sentivi più vulnerabile e venivi a parlare. E oggi quel bisogno, quell’abbraccio, mi manca come l’aria. È un dolore che non solo fa male. È un dolore che ti cambia. E anche se la fede, da quel momento, è diventata per me una lotta, riesco ancora a dire grazie. Grazie a Dio. Per averti avuto accanto, per gli anni che ci sono stati donati, per l’amore che abbiamo vissuto. Un amore che non si è fermato, ma che continua in una forma nuova, più silenziosa, più dolorosa, ma sempre vera. In tutto questo tua mamma, tuo fratello e tua sorella sono stati più forti di me. Mamma, con la forza della sua fede, con il suo modo di esserci sempre, anche quando le parole non servono. È con loro che oggi ti pensiamo, ti festeggiamo dolcemente, anche attraverso quelle belle foto dei tuoi ultimi compleanni. E che, soprattutto, ti amiamo. Non voglio che questo amore resti legato solo al dolore. Voglio che diventi qualcosa di vivo. Un filo che ci lega e che continuerà sempre nello spazio e nel tempo. Un gesto che resta. Per te, per me, per chi, come te, lotta in silenzio e ha bisogno di essere capito, sostenuto, accolto. So che non sarò solo in questo cammino. Per me portare avanti qualcosa di ciò in cui credevi mi aiuta a tenerti vicino. È un modo per sentirti ancora parte della mia vita. Per dare un senso a tutto questo. Oggi, come ogni giorno, sei con noi, Chicco. Con il tuo sorriso, con i tuoi libri, con le tue incertezze, con i tuoi sogni. Buon compleanno, Chicco. Spegni le candeline. Con papà e mamma, Giovanni e Maria Clara.

Oggi è San Francesco di Paola. Un Santo della nostra terra, esempio di umiltà, di essenzialità, di amore silenzioso verso gli altri. Nella nostra famiglia – come in tante famiglie calabresi – la sua presenza è sempre stata viva. Mio padre, il nonno di Francesco, è terziario francescano. Anche mio suocero, che non c’è più, si chiamava Francesco. E proprio con quel nome abbiamo voluto chiamare nostro figlio, affidandogli – senza saperlo fino in fondo – anche un legame più profondo. Oggi, come ogni giorno, il pensiero va a un altro Francesco. Al nostro Chicco. Anche lui, in fondo, aveva qualcosa di quel Santo: la semplicità, il poco attaccamento alle cose, la bontà autentica. Quel suo modo di esserci per gli altri, con discrezione, senza chiedere nulla. Nei giorni più fragili ho sentito il bisogno di andare lì, al Santuario. Ho passato qualche ora in silenzio, con i frati minimi. Non ho detto molto. Ma con tutto me stesso, l’ho affidato a lui. In silenzio, con il cuore pieno. E anche oggi, con lo stesso sentimento, affido di nuovo Francesco a San Francesco di Paola. Che lo tenga con sé. Che gli stia vicino. E se può, che lo faccia stare accanto anche a chi lo ha preceduto lassù, come il nonno Francesco, che sicuramente già gli vuole bene. E con affetto, auguro buon onomastico a tutti i Francesco. A chi porta questo nome così carico di significato, e magari ne conserva un riflesso nell’anima.

Buon compleanno, Chicco. Dal Paradiso dove sei, dammi la forza di assomigliarti almeno un po’. Di essere anche solo in parte dolce, gentile, sensibile. Come lo eri tu, capace di accogliere tutti senza mai giudicare. Aiutami a dare valore alle cose che contano davvero — gli affetti, i valori veri, l’anima delle persone — come facevi tu, che non ti sei mai lasciato distrarre da ciò che è materiale o superficiale. Continueremo a portare avanti la tua lotta: aiutare chi soffre dentro, chi si sente solo, chi cerca luce. Rimani sempre con noi, in ogni gesto buono, in ogni pensiero puro. Rimani per sempre nel nostro cuore. Buon compleanno, fratello mio.

“L’amore non basta”. In pochi giorni zio è riuscito a trovare le parole che io impiegai mesi a fare uscire fuori quando, qualche anno fa, persi anche mio padre nello stesso tragico modo. Che è il motivo per cui oggi sono tutti preoccupati anche per me, per il mio dolore che si rinnova, mentre ho una nuova vita da allevare dentro. Ma la mia sofferenza di oggi è molto diversa, ed è tutta per loro, per i miei cugini, e per i miei zii. Perché oggi da genitore vivo il loro dolore che non è uguale a nessun altro. Perché perdere un padre, seppur in quel modo, è nell’ordine delle cose della vita, perdere un figlio esula dal senso di quella vita. Ci chiamano “i sopravvissuti”, noi che rimaniamo a chiederci cosa avremmo potuto fare per salvarli. Niente, se è vero che l’amore non basta. Anche quando è quello viscerale dei fratelli, devoto di un padre, vita per la vita di una madre. Non è bastato l’amore né per mio padre né per mio cugino, né per i tanti a cui oggi mio zio, a cuore aperto, sta dando una voce. Perché è vero che c’è bisogno di altro, di una rete di sostegno, di un’attenzione strutturata alla salute mentale, prima di tutto del coraggio di dare alle cose il nome che hanno, di parlarne di tutta questa fragilità che soffriamo. Chicco, con la sua fragilità, mi ha insegnato che l’amore non basta, ma continuo a credere che la vita è più forte. Perché noi siamo ancora qui. E, nonostante il buio di questi giorni, sono certa che i miei zii troveranno la forza di trasformare questa sofferenza senza fine in nuova vita, mia zia con la sua fede che da sempre distribuisce a tutti noi, mio zio con quel cuore grande che si porta appresso e che troverà il modo di mettere a disposizione del sogno di Chicco, per poter fare del bene, per aiutare chi ha bisogno di aiuto e ancora oggi prova vergogna a chiederlo o non sa dove cercarlo. Grazie a tutti con tutto il cuore per l’abbraccio di questi giorni.

Chi era Francesco per me? Francesco, detto Chicco, era il mio migliore amico. Ci siamo conosciuti al mare quando avevamo tre anni e da allora non ci siamo mai separati, nemmeno quando eravamo lontani. Ci sentivamo quasi ogni giorno. I primi ricordi sono proprio al mare, dove eravamo vicini di casa. Ricordo che litigavamo per decidere chi fosse più amico con Ettore (che poi sarebbe diventato uno dei nostri migliori amici). Avevamo 4 o 5 anni, poi arrivò la mamma Paola a dividerci. E non so perché, ma forse da lì capii che non volevo più separarmi da lui. A 6-7 anni mio padre mi insegnò ad andare in bicicletta, una gioia immensa! Vedevo Chicco che ancora usava le rotelle, ma volevo condividere con lui quella gioia, così gli dissi di toglierle perché gli avrei insegnato io. E così feci. Mi sembra incredibile che a quell’età sia riuscito a insegnare a un altro bambino ad andare in bici, ma l’amicizia forse può tutto. Fino ai 14-15 anni sfrecciavamo come pazzi con quelle bici nei viali tra le case al mare. Spesso cadevamo e ci sbucciavamo le ginocchia, ma ci rialzavamo e ripartivamo più veloci di prima. Lo direbbero in pochi, ma Chicco era molto competitivo. In bici doveva andare più veloce di me (e ci riusciva). E poi il basket… giocavamo sempre insieme. Mio padre ci aveva insegnato da piccoli, sempre al mare, dove avevamo un canestro. Da allora non ci siamo mai fermati. Ogni estate ci sfidavamo per ore sotto il sole, con 40 gradi all’ombra, sempre super competitivi! A volte vinceva lui, a volte io. Ma era una competizione sana, perché alla fine di ogni partita ci dicevamo in cosa potevamo migliorare, quali movimenti erano più efficaci, come allenarci. Volevamo entrambi aiutarci a diventare più forti. Chicco non voleva essere migliore degli altri. Voleva migliorare insieme agli altri. Era estremamente buono. Un’estate si lamentava di non essersi mai picchiato con qualcuno, come se fosse un’esperienza da fare. Ovviamente non ci fu mai occasione, perché di natura era troppo buono e genuino. Non sapeva mentire, ogni volta che organizzavamo uno scherzo si faceva scoprire subito. Gli si leggeva in faccia se diceva la verità o no, perché lui era così… buono, genuino, sincero, incapace di portare rancore e pronto a perdonare tutto. Una volta, a sei anni, rivelai un suo segreto, ma mi perdonò subito. Un’altra volta baciai una ragazza che gli interessava, e anche in quel caso mi perdonò senza esitazione. Non mi fece mai sentire in colpa perché sapeva che la nostra amicizia andava oltre ogni cosa, ed era davvero così. Ci divertivamo. Chicco era una persona divertente a modo suo, a tratti buffa, con un grande senso dell’umorismo. Riusciva a scherzare su tutto. Era pieno di amici. Durante gli anni del liceo organizzava ogni sabato delle partite di poker a casa sua, al nono piano. Molte sere le abbiamo passate lì, a fare feste, a guardare partite al proiettore, sempre in compagnia, sempre divertendoci. Era difficile non volergli bene. Lui non mi ha mai voltato le spalle, non ha mai fatto nulla per cui io potessi arrabbiarmi. Nemmeno con l’ultimo gesto. Un’amica comune mi disse che sarebbe stato giusto se mi fossi sentito arrabbiato o tradito, ma io non ho provato nulla di tutto questo. Non provo rabbia, solo dispiacere. Lui, per me, rappresentava l’amicizia pura, e non mi ha tradito nemmeno alla fine. Penso solo che ora sia libero. Parlavamo di tutto. Chicco era estremamente profondo. Aveva momenti di alti e bassi, come tutti, ma dal 2017, da quando lasciò la facoltà di giurisprudenza, i “bassi” iniziarono a essere di più. Mi parlava del “daydreaming”, del suo sognare a occhi aperti. Io pensavo fosse normale, ma lui diceva che era un vero disturbo, che si sapeva poco e che andava studiato. Da lì nacque la sua passione per la psicologia. Credeva molto nello studio. Pensava che la laurea fosse solo un titolo e che chiunque potesse diventare esperto di qualcosa con il giusto materiale, anche senza università. Per ogni cosa aveva una sua teoria, studiava e se ne faceva una. Pensava, pensava, pensava… pensava troppo! Gli avevo dedicato una canzone di Brunori, “La vita pensata”. Gli era piaciuta. Perché io glielo dicevo sempre che doveva pensare di meno e vivere di più. Il Covid non lo aiutò. In quel periodo non si poteva fare nulla se non pensare, e per uno come lui poteva essere dannoso. Inizialmente era convinto che fosse un complotto della Cina. Passavamo ore al telefono a discutere di questo. Poi, finita la quarantena, cambiò idea. Nel frattempo, si era iscritto all’università di Bologna, per la magistrale in psicologia, ma con il Covid frequentava poco e aveva poche occasioni di socializzare. Anche questo non fu positivo. Eppure, ricordo la sua laurea a Bologna, nel 2023. Una festa stupenda. Eravamo andati lì alcuni amici stretti e passammo giorni bellissimi. La sua famiglia mise tutto a disposizione per accoglierci. Quello è uno dei miei ricordi più belli. Chicco era felice, aveva raggiunto un obiettivo, aveva discusso molto bene la tesi ed era fiero. Non capitava spesso di vederlo così, lui che era sempre riservato e umile (anche in questo eravamo simili). Dopo la laurea fece il tirocinio a Parma. Ci sentivamo sempre al telefono, tra alti e bassi, sebbene gestibili. Poi trovò una ragazza, conosciuta credo su un social. Me ne parlava molto bene, diceva che era bella, elegante, riservata ed educata. Io ero contento per lui. Poi, un giorno di fine gennaio 2024, lo chiamai per parlare della formazione del fantacalcio, e non rispose. Non rispose per quattro giorni e andai nel panico. Suo fratello Giovanni mi disse che gli si era rotto il telefono, ma era una scusa poco credibile. Ho pensato al peggio, non capivo. Poi mi chiamò il padre. Io ero in macchina, mi si gelò il sangue. Risposi e sentii la voce di Chicco, e mi tranquillizzai. Mi disse che non era stato bene, che poi mi avrebbe spiegato. Si sentiva che non stava bene, ma piansi di sollievo per averlo finalmente sentito. Quando tornò a Cosenza ci vedemmo. Andai a casa sua e si vedeva che non stava bene, era rallentato e triste. Solo mesi dopo mi raccontò cosa era successo, attribuendo la colpa a quella ragazza. Me lo raccontò ridendo, come a dire “Ti rendi conto?”. Come se l’avesse già superata. E secondo me, per davvero, aveva superato questo trauma in fretta. Gli alti e bassi continuarono, ma ultimamente i bassi erano più frequenti. Spesso lo vedevo rallentato, cercavo di farlo aprire di più, ma non parlava molto. Poi, tra Natale e febbraio, sembrava di nuovo attivo. Lo vedevo meglio. Avevamo passato Capodanno insieme, a casa di un amico, Luca, e ci eravamo divertiti tantissimo. A febbraio uscivamo spesso a cena. Ricordo il 21 febbraio. Lo stavamo aspettando al locale, avevamo ordinato solo gli antipasti, convinti che presto sarebbe arrivato e avremmo ordinato i panini. Ma dentro di me sentivo che c’era qualcosa di strano. Mentre aspettavamo, mi chiamò mio fratello. Risposi e sentii che la sua voce era strana, tremante. Gli dissi che ero fuori, e allora non mi disse nulla. Uscito dal locale lo richiamai e dissi: “Stiamo aspettando Chicco, non è ancora arrivato… è successo qualcosa?”. E lì mi disse cosa era accaduto. Non so perché, ma quella sera andai sotto casa di Chicco. Forse non volevo crederci. Mi sembrava irreale. E a volte mi sembra ancora così. Chicco era ipocondriaco, aveva paura anche di un piccolo taglio. Quando giocavamo a pallavolo in spiaggia temeva di farsi male a una mano, perché una volta si era fatto male. Non avrebbe mai fatto un gesto del genere se fosse stato lucido, avrebbe avuto troppa paura. Ho la presunzione di dire che conoscevo Chicco meglio di tutti. Era la persona più buona, genuina e sincera che abbia mai conosciuto, e sono sicuro che nessuno potrà dire il contrario. Lui c’era sempre per me, ed io c’ero sempre per lui. Ho la gioia di ricordare tutti i momenti con lui, per fortuna sono tantissimi e mi danno forza. Ho ricordi stupendi che basteranno per tutta la vita. Quando penso a lui sono triste perché non c’è più. Ma poi la tristezza lascia il posto alla gratitudine, per tutti i momenti fantastici passati insieme. Lui portava gioia e felicità. E lo porterò per sempre nel mio cuore.

Se si dovesse scegliere una sola parola per descrivere Chicco, sarebbe sicuramente “bontà”. Ho avuto la fortuna di conoscerlo fin da quando eravamo bambini, entrambi avevamo quattro anni. Con il tempo abbiamo consolidato la nostra amicizia, che per me avrà sempre un’importanza speciale, proprio per la persona che lui era. Timido e riservato a un primo impatto, ma poi iniziava ad aprirsi, e con lui si poteva parlare di qualsiasi cosa. Se c’era da scherzare, si scherzava; ma se l’argomento era serio, non lo si affrontava mai in modo superficiale. Oggi ripenso a molte delle nostre conversazioni – che porto nel cuore – da una prospettiva diversa. Do un senso nuovo alle sue parole e, tante volte, quando sono indeciso o ho qualche dubbio su cosa fare, penso sempre a cosa farebbe lui al mio posto. E questo mi aiuta molto. A volte non condivideva certe mie reazioni o affermazioni, ma me lo faceva sempre notare a quattr’occhi, mai davanti ad altri. E, anche se non era il suo intento – perché si metteva sempre sullo stesso piano di tutti – è riuscito a far crescere tantissimo me e chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerlo. Non era mai superficiale. Il suo unico scopo era aiutare gli altri. Spesso parlavamo dei disagi che soprattutto i nostri coetanei vivevano. Si preoccupava e diceva sempre che, se possibile, bisognava dare una mano, immedesimarsi nel prossimo, perché ognuno combatte battaglie che dall’esterno non possiamo né capire né giudicare. Si preoccupava tanto degli altri – ne parlavamo spesso – ma mai, almeno con me, ha parlato del grande disagio che provava lui. Riusciva a mascherare tutto benissimo, e anche in questo, purtroppo, era bravissimo. Frequentavamo gli stessi posti, vivevamo le stesse esperienze e vedevamo gli stessi amici. Il suo ricordo non potrà mai svanire. Anzi, ora lo sento ancora più vicino di prima, e questo mi fa sentire più sicuro. Il miglior augurio che io possa farvi è quello di avere, o trovare, un amico sincero come era lui. Io, in questo, sono stato molto fortunato.

Kikko è per me uno dei miei migliori amici e mi piace pensare che anche io, per lui, fossi uno dei suoi migliori amici. Ci siamo conosciuti al liceo, mi ricordo ancora quando l’ho incontrato uno dei primi giorni di scuola (ormai quasi 18 anni fa). Era molto timido e chiuso, ma ben presto tutti noi scoprimmo invece quanto fosse estroverso, sempre con il sorriso, pronto a ridere, scherzare ma anche a parlare di argomenti seri. Al liceo, nei primi anni, eravamo una compagnia di 4-5 persone che, dopo l’uscita da scuola (liceo Telesio), si facevano 30-40 minuti a piedi sempre tutti insieme. Credo che questi momenti ci abbiano unito tantissimo. Dal secondo anno io e Kikko siamo diventati compagni di banco, e lo siamo rimasti fino alla fine. Quell’anno eravamo riusciti a prenderci l’ultimo banco, il più lontano dalla cattedra dei professori. Ma già al terzo giorno il prof N. ci disse che non si fidava di noi, che c’erano troppe file di banchi, e ci mise in prima fila. Da lì in poi abbiamo avuto una sfortuna incredibile: sempre in prima fila. E credo che anche questo ci abbia unito ancora di più. Sono stati anni bellissimi, in cui ridevamo in continuazione. Mi ricordo i disegni stupidissimi su cui ridevamo per ore, fino alle lacrime. Kikko non è mai stato un grande studioso se l’argomento non lo interessava. Mi ricordo ancora tutte le volte in cui si impanicava perché il suo compito era ancora in bianco e si arrabbiava con me perché non lo aiutavo. Il problema era che in quel modo non riuscivo a concentrarmi neanche io, e finivo per non riuscire a fare il compito. Alla fine, però, trovavamo sempre una soluzione e riuscivamo a consegnare. Lui mi diceva che ero il suo salvatore, che a scuola sopravviveva grazie a me. Non era affatto vero: quando un argomento lo interessava davvero diventava una macchina da guerra, si informava e approfondiva ogni dettaglio. Dal secondo anno, alcuni di noi iniziarono ad avere i primi motorini e quindi quelle famose passeggiate a piedi capitavano sempre meno. Kikko però non aveva un motorino, perché innanzitutto aveva paura e poi i genitori non volevano (neanche che salisse come passeggero). Con la sua grande sfrontatezza — era un fifone incredibile — veniva con noi coprendosi persino con il cappuccio (oltre al casco) per cercare di non essere riconosciuto dai suoi o dagli amici dei genitori. Stessa cosa quando fumava le prime sigarette: era sempre all’erta e aveva una paura matta di farsi scoprire. Mi ricordo la volta in cui un professore lo vide fumare, passò giornate intere nel terrore che lo dicesse ai suoi. Al terzo anno del liceo classico cambiarono tutti i professori e mai potrò dimenticare quello che successe negli anni a venire con la professoressa G. Era la nostra prof di italiano, una prof con la P maiuscola: bravissima e super competente. Il primo giorno, durante la prima ora di lezione, Kikko fece un disegno veramente scemo, senza alcun senso (se non erro era Harry Potter con la cicatrice disegnata in modo strano). In quell’istante ci mettemmo a ridere così tanto che la prof se ne accorse. Mai dimenticherò quando, dandoci del “lei” (chiamandoci “signorini Rossi e Occhiuto”), ci invitò gentilmente a uscire dall’aula per riprenderci. Fu la nostra salvezza, perché una volta fuori ci mettemmo a ridere così tanto da star male. Ma il meglio arrivava con le interrogazioni. La prof interrogava 5-6 alunni alla volta e li faceva sedere intorno alla sua scrivania. Non so perché, ma ogni volta che toccava a me, interrogava anche Kikko e altri 3-4 amici stretti. Quelle interrogazioni erano incredibili. Non potevamo alzare lo sguardo perché, se solo uno di noi incrociava gli occhi dell’altro, scoppiavamo a ridere senza freni. Quante volte ricordo la prof che ci sgridava perché ridevamo come degli scemi. Mai mi toglierò dalla mente l’immagine di Kikko che prende gli appunti, se li mette davanti al viso come una barriera, e ride a crepapelle (in silenzio, con la bocca spalancata). Col passare degli anni diventammo sempre più uniti, a scuola e fuori. Quanti pomeriggi ho passato a casa sua a giocare a ping pong o a FIFA. Kikko mi prendeva in giro perché durante il ginnasio indossavo una canottiera e sembravo, a suo dire, uno di quei pizzaioli di Little Italy nei film. Negli anni successivi abbiamo vissuto innumerevoli esperienze insieme: gite scolastiche, il viaggio post-liceo, i primi litigi e le prime rappacificazioni che ci hanno solo avvicinati di più. Eravamo due giocherelloni, diversi ma anche tanto simili. Passavamo le giornate a scherzare, ridere, ma anche a parlare di problemi, preoccupazioni e paranoie. La cosa che più ci accomunava era la ricerca continua dello scherzo. Kikko era sempre un po’ fifone, aveva paura di finire nei casini, ma aveva idee incredibili. Era come se lui fosse la mente e io il braccio, ne combinavamo di ogni tipo. Ogni volta che avevamo educazione fisica, tornavamo in classe qualche minuto dopo, prendevamo uno zaino qualsiasi e lo riempivamo con tutto quello che trovavamo nei banchi. Quanti insulti ci siamo presi! Una volta, per il pesce d’aprile, facemmo arrivare un fioraio con dei fiori per un nostro amico Luca. Un’altra volta, sempre a Luca, creammo un’e-mail falsa che lo informava che la sua iscrizione ai test di medicina non era andata a buon fine. Quanti scherzi abbiamo fatto, proprio ai nostri amici più cari: Luca, Cesare, Ludovico, Francesco e Pierpaolo. E quante mazzate ci siamo presi! Quante serate abbiamo passato a ridere e a scherzare. Ci siamo divertiti da morire. Potrei raccontare all’infinito tutto quello che abbiamo fatto insieme e quante risate ci siamo fatti. Forse è proprio questo che mi mancherà di più, non poter creare nuove esperienze da ricordare quando saremo più grandi. Solo pochi possono immaginare quanto Kikko mi abbia aiutato. Io sono sempre stato timido e introverso, e non potete avere idea di quanto la sua energia e la sua estroversione mi abbiano cambiato. Ricordo bene un discorso fatto nei primi anni di liceo, in cui entrambi ci siamo detti quanto l’altro ci stesse aiutando. Lui aiutava me ad aprirmi verso le persone, io aiutavo lui ad avere meno paranoie e a farsi meno problemi. Il periodo del liceo, per Kikko, credo siano stati gli anni migliori. Lo vedevi sempre felice e spensierato. Certo, aveva anche i suoi momenti no, come chiunque, ma penso che la parte più difficile sia arrivata durante l’università. Con Kikko sono stato, infatti, anche coinquilino nei primi anni di università. A maggio-giugno salimmo a Milano — io, Kikko, Ludovico (l’altro nostro coinquilino e amico fraterno) e mia madre — per cercare casa. Il nostro motto era che saremmo stati una famiglia, non dei semplici coinquilini. Vedemmo una decina di appartamenti e alla fine scegliemmo la famosa casa di Via del Don. Il primo anno andò benissimo: eravamo affiatatissimi. Ludo cucinava, io lavavo e stiravo, Kikko faceva le pulizie (soprattutto della cucina). Io e Kikko amavamo la pasta, mentre Ludo no. Quanto ci odiava per questo! Anche lì vivemmo migliaia di esperienze. Una che ricordo in particolare è la storia delle ladre: Kikko, affacciato al balcone a fumare una sigaretta, vide due ragazzine di 13-14 anni con un seghetto che provavano a tagliare una catena di una bici. Convinto fossero ladre, si mise a urlare “al ladro! al ladro!” e minacciò di chiamare la polizia. Io e Ludo cercavamo di calmarlo, convinti che quelle ragazze avessero semplicemente perso la chiave della catena. Durante l’università però Kikko ebbe qualche problema. Per un periodo smise di andare a lezione, tanto che i suoi colleghi andarono a prenderlo a casa per portarlo in facoltà e in giro. Questo dimostra quanto fosse facile voler bene a Kikko: riusciva a farsi amare da tutti. Probabilmente non era soddisfatto della scelta di giurisprudenza, e l’idea di aver deluso i genitori o di non sapere cosa fare nella vita lo buttò giù. Questa tensione la somatizzò a tal punto da avere problemi fisici, e scese a Cosenza per un mese circa. In quegli anni arrivò persino a litigare con me. Voleva che condividessimo la stessa stanza, ma avevamo due “termostati” diversissimi. Lui aveva sempre freddo, io sempre caldo, e finimmo per litigare per la finestra della camera, se lasciarla aperta o chiusa di notte. Riuscimmo però ben presto a fare pace e a trovare un giusto compromesso. Andando avanti, Kikko prese finalmente coraggio e lasciò giurisprudenza per iscriversi a psicologia. Mi ricordo tutte le discussioni con lui e con Ludovico. Eravamo convinti che fosse la facoltà giusta per lui, e che gli sarebbe piaciuta tantissimo. Da quel momento tornò a Cosenza, e inevitabilmente ci vedemmo molto meno. Ma era incredibile, ogni volta che tornavo giù per le vacanze, era come se non fosse cambiato nulla. La cosa assurda è che durante l’anno non ci sentivamo neanche così spesso, perché nessuno dei due era il tipo da messaggi continui. Eppure, quando ci rivedevamo, era come se il tempo non fosse passato. Abbiamo condiviso di tutto: nuove relazioni, delusioni amorose, amori non corrisposti, nuove amicizie e amicizie finite. In tutti questi anni Kikko è stato per me una persona importantissima. Una persona bellissima, che ha sempre avuto alti e bassi a livello emotivo, ma che non ha mai smesso di essere l’amico più fedele che si possa desiderare. Era un credulone incredibile, ma non perché fosse stupido. Si fidava ciecamente delle persone, e purtroppo a volte anche di quelle sbagliate. Era anche molto timoroso. Quando doveva uscire dalla sua comfort zone era titubante, ma poi, una volta tranquillizzato, andava tutto bene. Aveva una predisposizione incredibile a far aprire le persone con lui, anche con confidenze pesanti. Forse perché trasmetteva serenità e leggerezza, e dava la sensazione che qualsiasi cosa gli dicessi l’avrebbe accolta senza giudicare, magari dandoti un consiglio sensato o semplicemente ascoltandoti. Da sempre Kikko faceva pensieri filosofici. Si interrogava sul senso della vita e sui grandi misteri. Passava ore a rifletterci, e poi veniva da noi a raccontarci le sue teorie e i suoi punti di vista. Era tanto pensieroso, e forse questo a volte lo frenava, lo rallentava nel prendere decisioni rapide. Su ogni cosa rifletteva e rifletteva, finché non era completamente convinto. Non smetterò mai di ringraziarlo per quanto mi abbia cambiato in positivo. Se oggi molti mi definiscono estroverso è solo perché cercavo di imitarlo, visto che vedevo quanto fosse una persona speciale e amata da tutti, mentre io, timido e introverso, facevo fatica. Ancora oggi ripenso tante volte alla tragedia. Non riesco a capacitarmi. È vero, non stava vivendo un periodo d’oro, ma sembrava che il peggio fosse passato. Solo pochi mesi prima mi aveva invitato a casa sua per farmi vedere il suo nuovo studio, che sarebbe diventato anche la sua casa e il luogo dove avrebbe esercitato la professione negli anni a venire. Non lo vedevo così entusiasta da tempo. Non riesco a capacitarmene. A volte provo a fare un “gioco mentale”: immagino tutte le esperienze che avremmo vissuto insieme. Probabilmente gli avrei chiesto di essere mio testimone di nozze. Forse un giorno sarei stato “zio Lorenzo” per i suoi figli e lui “zio Kikko” per i miei. Penso alle festività che avremmo passato insieme, ai viaggi che avremmo organizzato, alle risate che avremmo condiviso.

Chicco, è così che ti chiamavamo sin da piccolo ed è così che ti sei presentato a me la prima volta che ci siamo conosciuti alla piscina del villaggio Guadalupe, al mare. Quando io ero ancora una bambina e tu un ragazzino. Quella sera eravamo tutti noi, gli amici del mare, quelli che da lì a poco sarebbero diventati la nostra piccola famiglia d’estate, che ogni anno si riuniva da varie parti d’Italia per ritrovarsi e trascorrere le estati più belle della nostra vita. Mi tornano alla mente innumerevoli ricordi di quegli anni condivisi insieme a te, Chicco… le serate in discoteca e le infinite passeggiate sulla sabbia per raggiungerle quando eravamo ancora senza patente, il caldo che ci faceva tornare a casa sudati fradici, le risate nel guardarci spettinati e allegri, dopo qualche bicchiere di troppo. I falò, passati a cantare con la chitarra sulla spiaggia e a guardare le stelle; le birre al chiringuito; gli abbracci in mezzo alle onde del mare; i mille sorrisi e gli infiniti baci. I balli improvvisati quando partivano i tormentoni d’estate, le nostre lunghe chiacchierate in piscina fino alle sei del mattino, a parlare dei nostri sogni e dei nostri desideri… Tutte le emozioni vissute insieme quando eravamo giovani e spensierati sanno di te, del tuo profumo e della tua voce, Chicco. Il mare, il posto dove ti ho conosciuto, rimarrà sempre il nostro posto del cuore, per me e per tutti noi, gli amici del mare che ormai posso chiamare fratelli. Questo eri per me: un fratello, un amico sincero, onesto, leale, sempre pronto ad ascoltare. Con te si poteva parlare di tutto. Non mi sono mai sentita sbagliata o giudicata, confrontarmi con te era davvero bello perché mi facevi sentire unica e speciale. Riuscivi a essere serio e divertente nello stesso momento, ironico e profondo, umile e straordinario, timido e coraggioso, riservato e generoso, forte e dolcissimo, sensibile e indistruttibile. Quelle lunghe chiacchierate in piscina le porterò sempre con me, perché erano piene d’amore, di sincerità e di vita. Ed è così che ti ricorderò, Chicco. Il tuo nome sarà sempre associato alla vita e non alla morte. Continuerai a vivere per sempre in quelle onde del mare, nei raggi del sole, nelle canzoni d’estate che amavi e nel vento che continuerà a sfiorare i nostri volti. Ti riconoscerò in ogni stella che cadrà dal cielo la notte di San Lorenzo, perché per me sarà un tuo abbraccio che arriva dal cielo. L’altra volta siamo venute a trovarti al cimitero con mia sorella Gianna. Le sorelle Cundari, come ci chiamavi tu. Abbiamo incontrato di nuovo i tuoi occhi grandi e il tuo sorriso, in quella foto con l’abito elegante e la cravatta grigia. Ho riascoltato dentro di me il suono della tua risata, come tutte quelle volte in cui riuscivi sempre a divertire tutti con la tua battuta pronta e acuta. Quel sorriso che è in quella foto, il tuo sorriso, rimane scolpito nel nostro tempo, Chicco, e nei nostri cuori. Eterno, come il primo giorno in cui ti ho incontrato. In ogni tua risata, in ogni tuo sogno, hai insegnato a tutti cosa significa vivere davvero. Io posso solo dire di aver avuto la fortuna di vivere gli anni più belli della mia vita insieme a un ragazzo straordinario che si chiamava Chicco, e di essere cresciuta insieme a lui nel modo più bello, vivo e straordinario. Crescere con te è stato un onore, un privilegio e un dono: il più bello che mi sia mai stato dato. E tutte le volte che una stella cadrà dal cielo nelle sere d’estate, chiuderò gli occhi e mi scioglierò in un tuo abbraccio, per dirti ancora una volta “ti voglio bene”.

Caro Chicco, ci sono persone che si possono descrivere con qualche parola, con un aggettivo, con un ricordo. Tu no. A chi mi chiedeva com’eri, rispondevo semplicemente che eri “indescrivibile”. E lo dicevo sul serio, perché nessuna definizione riusciva a contenere tutto quello che sei. Ma c’era una cosa che ripetevo sempre: “Chicco è una delle persone che mi fa più ridere al mondo”. Bastava questo, e chi poi ti incontrava capiva subito perché. Tutte le volte che ti ho presentato alle persone a me care, fin da subito ti hanno voluto bene: così è successo anche durante l’anno in cui hai vissuto a Parma. Avevi quella rara capacità di entrare nel cuore delle persone con la leggerezza delle anime profonde. Eri una persona semplice, nel senso più bello e vero della parola: non ti importava delle apparenze, dei formalismi, delle maschere sociali, per te contavano le persone, i legami autentici, la sostanza delle cose. Cercavi la verità delle persone, quella fatta di gesti piccoli, ma sinceri. Con te si stava bene perché non serviva essere niente di diverso da ciò che si era, perché eri un’anima buona, pura, di quelle rare, che lasciano una scia anche quando non ci sono più. Vorrei dirti che hai lasciato un vuoto, ma non sarebbe del tutto vero perché, in realtà, hai riempito così tanto le nostre vite che le nostre giornate sono piene di te, del tuo modo di essere buono, dolce, gentile. Le mie sono piene dei ricordi, delle risate incontenibili, dei discorsi insensati che facevamo e che ci facevano sembrare due matti agli occhi degli altri, dei momenti riflessivi che condividevamo, di abbracci forti ogni volta che ci vedevamo. Le hai riempite del tuo modo gentile di stare al mondo, della tua ironia inimitabile e della tua dolcezza. Ti interrogavi tanto sulle cose, parlare con te era come affacciarsi su un mondo interiore pieno di domande, di profondità, di sensibilità. Ricordo ancora delle ore al telefono, in cui parlavamo e ti aprivi con me sui tuoi pensieri. Mi ha sempre colpito come tu avessi paura di essere visto come “chiuso” o “riservato”, mentre io ti ho sempre visto come un portatore di gioia e allegria in ogni nostra uscita o serata, in ogni momento. So che mai più incontrerò qualcuno con la tua ironia e con il tuo sguardo sulle cose, sono le cose che sicuramente mi mancheranno di più. Ancora oggi immagino cosa avresti risposto e come avresti reagito ad alcune situazioni e racconti, e d’altronde è proprio questo che porterò con me, per sempre. Così come ricorderò per sempre i nostri abbracci: ogni volta che ci incontravamo, ogni volta che ci salutavamo, era sempre così: ci stringevamo forte. È strano pensare che una persona capace di trasmettere così tanta allegria agli altri potesse portare dentro un peso così grande. È per questo che in nome tuo e di tutte le persone che volevi aiutare, ti prometto che farò – e faremo – tutto ciò che è possibile per non far sentire nessuno da solo, per tendere la mano a chi soffre in silenzio, perché tutti vogliamo sentirci visti, accolti, capiti; perché la tua sofferenza possa trovare, in qualche modo, un senso. E in realtà, qualcosa l’hai già fatta. Tra noi amici è successo qualcosa di potente: ci siamo aperti di più, ci siamo ascoltati di più, ci siamo uniti di più, ci siamo abbracciati più forte. E questo è grazie a te. Ti porto con me, sempre.

Chicco. Quante volte questo nome, più che un soprannome, è uscito dalla mia bocca. Quante volte hai fatto parte delle nostre conversazioni a casa, che fossi assente o presente. Quante volte… Quante volte sta uscendo in questo mese, in modo diverso, a volte morso fra i denti, a volte in silenzio. Chicco. Eppure il suono ha sempre la stessa dolcezza: quella di un nome da piccolo associato ad un uomo ormai grande, ma che, per me, rimaneva sempre lo stesso bambino inseparabile da Ali. Chicco. Eri con noi anche quando non c’eri… nell’aprire la porta della stanza di Ali, vederlo al telefono e nel dovere aspettare perchè “sono al telefono con Chicco”. Nel “solo una partita a burraco perchè dopo scendo in spiaggia/gioco con Chicco”. In tutti quei racconti delle vostre serate che diventavano per me storie meravigliose, su cui ridevo su, ma che in fondo desideravo anche io, tanto da raccontarle così spesso che diventavano parte di me. Chicco. Ali si arrabbiava quando raccontavo a casa divertita delle vostre serate, romanzandoci un pò su, come al solito. Tu no. Chicco. Quando eri a casa nostra ridevi con noi, raccontavi e condividevi con il sorriso, e io mi divertivo, proprio perché eri partecipe di quelle stesse storie. Perché potevo avere e potevi avere con noi la stessa confidenza per cui eri Chicco, mai Francesco, per cui potevi venire a casa nostra quando volevi, per cui eri a casa nostra anche quando non c’eri. Perché “Ali è da Chicco”. Chicco. Due giorni fa ti ho salutato per la prima volta da quando non ci sei. E ho ricordato di quando tuo padre mi chiese del percorso di studi, perché anche tu eri intenzionato a percorrere la stessa strada, studiare psicologia. E ricordo quando mi hai scritto per chiedermi consiglio, tra la LUMSA e psicologia cognitiva a Bologna. Non conoscevo questa specialistica, e te lo dissi, ed alla fine è stata quella che hai scelto, tecnica, specifica, forse troppo. E ricordo Ali festeggiarti proprio a Bologna per la tua laurea, mandarmi le foto e raccontarmi in diretta - perchè - figurati se non volessi sapere tutto in diretta! Gli avevo scritto “Sei emozionato?” poco prima della discussione. Lui aveva ironizzato “Ma mica mi laureo io!” “Eh, ma è il tuo migliore amico!” Perché sapevo che in realtà condivideva con te tutto, non necessariamente con le parole, ma con il cuore. A volte più esplicitamente, altre volte soltanto rimanendo, stando. Aiutandoti sia quando stavi bene, a scegliere la foto per il curriculum dopo la laurea (tanto che poi gli chiesi di aiutare pure me, dopo avermi raccontato che ti avevano preso per il dottorato, con il curriculum e quella foto!), sia quando stavi male. Tanto da non voler condividere nemmeno con me a pieno quello che stava succedendo. Ti tutelava, proteggeva, sempre, persino da chi non poteva farti male. Ti rispettava così tanto da voler starti accanto senza doverlo condividere nel tuo momento apparentemente più buio, dopo Parma. Ti rispetta così tanto che sembra il più forte di tutti, anche nella tua assenza. Che parla di te come se fossi qui, pur sentendo la tua mancanza. Che vive e ricorda la gioia dei momenti vissuti insieme, mai con paura, rammarico. Che non chiede, sta. Che più che farsi domande accetta il dolore, con il coraggio di chi sa che, nonostante sia tanto - e a volte troppo- non prenderà mai il sopravvento sull’affetto, il bene sincero, il legame che lo ha legato, lega e legherà sempre e per sempre a te. Ti rispetta così tanto che accetta dolorosamente, senza emozioni di contrasto. Ti rispetta così tanto che non deve spiegarti, spiegare te. Ti rispetta così tanto che ti rimane vicino, anche ora che ti sei allontanato, e vuole che lo rimanga per sempre: nei ricordi, nelle storie, nei luoghi cornici della vostra crescita e della vostra vita e che per sempre rimarranno tali, Chicco. E non ha voluto aspettare per tornarci, nei vostri luoghi, pur sapendo che avrebbe potuto far male. Voleva e forse sentiva di dover andarci, per passare attraverso l’inevitabile realizzazione della tua assenza, per poi continuare a legarli, per sempre, alla tua presenza. Quando eravate davvero piccoli, le prime estati al mare, prendevo in giro Ali perché sembrava che ogni estate doveste socializzare timidamente da capo, per poi riavvicinarvi come migliori amici con il progredire della stagione. Ho l’immagine di voi, seduti su quelle panchine, che adesso non ci sono più, seduti agli estremi opposti, ma della stessa panchina. E virtualmente ricordo ed immagino quella distanza accorciarsi sempre di più, fino ad essere vicini a tal punto da essere inseparabili, l’ultimo giorno d’estate. E, a fine estate, lo prendevo in giro: “Ricordatelo l’anno prossimo, senza che reiniziate da capo!”; e, ad un certo punto, è stato effettivamente così: non c’era più bisogno di “rompere il ghiaccio” ad inizio estate. Ormai avevate interiorizzato l’uno l’altro. E questa è la forza di Ali, averti interiorizzato, Chicco. Al punto di volerti bene come un fratello che c’è e rimane sempre, sia quando condivide, che quando non condivide, sia quando capisce, che quando non comprende a pieno, sia quando ci sei, che quando non ci sei, senza bisogno, ogni volta, di “reiniziare”. Le panchine non ci sono più, Chicco, ma tu sì, sei e sei stato troppo importante per non esserci più. E il sentimento di amicizia vera, autentica, pura, genuina e disinteressata, che va al di là di ogni cosa, che ti protegge e sta vicino sia quando stai bene, sia quando stai male, che ti accetta come sei, anche quando non condivide ciò che fai, che sa di crescere con te, a qualunque distanza, è qualcosa di troppo forte per svanire, è una fortuna che non tutti conoscono e provano nella vita, è un dono da preservare, più che piangere. E sono contenta che Ali abbia conosciuto questo sentimento e continui a custodirlo gelosamente e generosamente allo stesso tempo. Grazie, Chicco… Ciao, Chicco… Ci vediamo e vi vedrete al tramonto, Chicco.

Kikko l’ho conosciuto in piscina, a casa al mare; quella stessa piscina monitorata dai miei condomini perché nessuno di estraneo entrasse. In fondo, anche noi ragazzi del condominio eravamo estranei… a certe regole; soprattutto quando entravano in vigore gli orari che serravano l’accesso alla piscina. Perché noi quella vasca azzurra la vivevamo di notte, almeno dai 16 anni in poi. Da un certo momento in avanti, con Kikko non ci incontravamo mai prima delle 5 del pomeriggio in spiaggia. Difficile, per due spiriti liberi, sentirsi obbligati alle consuetudini degli altri. In fondo eravamo tutti ribelli, e l’unico senso che per noi aveva il periodo estivo era quello di seguire orari il più possibile sballati, rilassarci ed evitare obbligazioni. Giorno e notte si confondevano, complice la calura estiva che ci spingeva a vivere nelle ore lontane dal sole, per sopravvivere meglio alle notti insonni e al caldo cocente. Quel lido del Chiringuito ci ha visti protagonisti di molte partite a carte, intervallate da sigarette lasciate a metà e da molti Estathè. Sì, Estathè, perché il rapporto con Kikko è anche il riassunto di una generazione mai troppo pronta per l’età adulta, ma già lontana dall’infanzia. Niente birra con le carte e le sigarette, solo tè alla pesca. I cocktail arrivavano soprattutto di notte, nei lunghi spostamenti a piedi dal nostro villaggio fino alla discoteca di Sangineto. Eravamo troppo attenti e premurosi per decidere di prendere l’auto, pur avendola. Forse è stato questo a salvare la nostra generazione. Una generazione fatta di compromessi e di adultizzazione precoce. Eravamo tutti un po’ saggi, anche a sedici o diciassette anni. Vecchi nel corpo di bambini, ma mai stanchi al punto da rinunciare al divertimento. Il mare è un luogo, ma è anche un tempo. Quello in cui ho vissuto maggiormente Kikko. È difficile immaginare relazioni amicali a due nella nostra grande combriccola. Eravamo sempre almeno in quattro. Certo, alcune amicizie si rafforzavano più di altre, come quella tra Ali e Kikko o tra me e Lory, ma l’estate si condensava in momenti di condivisione collettiva, in piccoli ricordi da collezionare e che oggi, dopo lo scorso febbraio, diventano ancora più preziosi. Siamo tutti testimoni di quello che Kikko è stato e di quello che noi siamo stati per lui. L’apice delle conversazioni esistenziali Kikko riusciva a raggiungerlo anche alle 4 di notte, mentre tornavamo affamati dalla discoteca. Kikko era lì, noi eravamo lì. Non si può dimenticare. La mente non dimentica. I luoghi non dimenticano. Il mare conserva e riporta memoria, ricordandoci che quei luoghi non saranno mai più uguali. Credo che la scomparsa di Kikko significhi proprio questo, l’impossibilità di un ritorno. Come il passato, come l’infanzia. È l’inizio dell’era della responsabilità, definitivamente. E li ricordo bene, i fatti del mare, quelli in cui Kikko faceva emergere il suo acume. Non solo nelle conversazioni altisonanti, ma anche nei giochi più sciocchi che diventavano motivo di impegno intellettuale. Come la serie di Escape Room che, da Diamante a Praia a Mare, decidemmo di affrontare, sempre giocando. La dimensione del gioco era una di quelle che vivevamo più intensamente con Kikko. Un gioco che, come per i bambini, a volte diventava forse troppo serio. Me lo ricordo, lo sguardo intenso dietro la sua mano di carte, impegnato a Texas Hold’em, nel giardino di casa sua al mare, alle 5 del mattino. Non era una questione di soldi o di vizio, era una questione di testa. L’intensità con cui affrontavamo le partite poteva essere bilanciata solo dal piacere di trascorrere insieme quelle notti, quando il sudore ci rimaneva appiccicato addosso in quell’umidità estiva intensa e sfiancante. Per questo, d’estate, si viveva dalle 5 del pomeriggio alle 5 del mattino. Il resto era noia. Me lo ricordo Kikko, nella sua intricata semplicità, mentre ci abbracciavamo in gruppo resistendo alla forza di onde immense, nei giorni di mare agitato. Me lo ricordo con l’aria allampanata con cui scendeva in spiaggia al pomeriggio, dietro le lenti dei suoi occhiali, che non sono mai stati un filtro per il mondo. Me lo ricordo addormentato sotto l’ombrellone, mentre il mare rigettava i suoi flutti. Me lo ricordo ai falò, quando si tuffava in mare di notte. Me lo ricordo in discoteca, con le sue paturnie sentimentali e i suoi labirinti psicologici, così simili ai miei. Me lo ricordo nel cortile sotto casa sua, mentre saltava con la sua palla da basket al tramonto. Me li ricordo, Kikko e il mare. Nell’ultimo anno la distanza aveva giocato un brutto scherzo alla nostra corrispondenza, che si era diradata. Lui tra Bologna e Roma, io tra Cosenza e Catania. Difficile trovare un momento favorevole per incontrarci. Eppure, ogni tanto, si risvegliava in noi quello strano sapore di nostalgia e di tante chiacchierate scambiate al cinema o al mare. Uno dei ricordi più belli che ho di Kikko è un vocale che ci siamo scambiati qualche anno fa, quando iniziavamo a renderci conto che la nostra frequentazione sarebbe diventata più rara. “Ti voglio bene, Kikkus.” “Ti voglio bene, Aldus.” Sì, perché lui aveva iniziato a insinuare una mia presunta saggezza da vecchio, come quella di Albus Silente, soprannominandomi con simpatia “Aldus Silente”. Io, di riflesso, lo chiamavo Kikkus; forse perché quel suffisso latino riusciva a combinare innocenza, dolcezza e maturità, proprio come lui. Un po’ bambino, un po’ vecchio saggio; un po’ sognatore, un po’ iper-pensante. Oggi mi manca, più che mai. Avevamo ancora tante cose da raccontarci, tante esperienze e conoscenze da condividere in discorsi profondi e cervellotici, cercando entrambi di tenere a bada quel flusso inarrestabile. In questo momento sto scrivendo da Trecastagni, sotto gli alberi, al riparo dal primo sole primaverile, mentre il golfo di Catania si vede nitidamente. E mentre scrivo penso a quale ricordo definitivo ancorare Kikko. Penso che lui rimanga lì, legato a un istante, un fotogramma singolo, mentre attraversa una Via Popilia deserta alle 10 di sera per raggiungermi dall’altra parte, mentre lo aspetto in auto. Lo fa saltellando, giocherellando, come piaceva a lui, a Kikkus. Con quello spirito da eterno fanciullo, ma indomabile nella sete di ricerca e di conoscenza.

Ciao Francesco, oggi siamo qui, tutti insieme, per te… ma non sai quanto vorremmo tanto che anche tu fossi qui con noi. Vorremmo poter tornare indietro, fermare il tempo, cambiare qualcosa, fare di più... Qualunque cosa… Perché siamo convinti che si poteva fare ancora qualcosa per evitare questa tragica fine. E invece siamo qui, con un peso sul cuore e tante domande che probabilmente non avranno mai una risposta. Ti abbiamo conosciuto troppo poco, e oggi questo pensiero ci fa male. Ti abbiamo conosciuto come un ragazzo riservato, forse timido e per rispettare questa timidezza non abbiamo mai provato a oltrepassare e forzare quella barriera che vedevamo… e invece avremmo dovuto Francesco… ma non potevamo mai immaginare il dolore che portavi dentro. Ci chiediamo cosa avremmo potuto fare per farti sentire meno solo, per farti vedere che anche nei giorni più bui c’è sempre un raggio di luce… che la tua presenza aveva davvero valore… che la tua voce contava… e che anche ciò che stava diventando sempre più nero poteva ad un certo punto tornare ad essere illuminato da qualche spiraglio. Ora non ci resta che stringerci tutti insieme in questo momento, uniti nel dolore e nel rimpianto, ma anche nella speranza che ovunque tu sia ora, possa aver trovato quella pace che qui, per qualche ragione, non riuscivi più a vedere. Ci mancherai, anche per ciò che avremmo voluto conoscere di te, per le parole che non ci siamo scambiati, per le occasioni mancate, per i pranzi vissuti di sfuggita insieme in cui ricavarti due parole ci sembrava un miraggio, per i tuoi occhi così dolci, per il tuo sorriso così timido, per il tuo parlare così composto, e per il tuo modo di stare al mondo così garbato. Nel nostro piccolo, cercheremo di imparare qualcosa da questa perdita così ingiusta: saremo più attenti, più presenti, più vicini gli uni agli altri. Riposa in pace, Francesco. Porteremo per sempre con noi il tuo ricordo, il tuo sorriso, il tuo garbo.